domenica 30 settembre 2012

Memoria di San Girolamo


Nato a Stridone (probabilmente presso Aquileia), si procurò una eccellente istruzione a Roma, che completò lungo tutta la vita, anche in numerosi viaggi nei quali incontrò e strinse amicizia con alcuni fra i più famosi e colti Padri orientali. Battezzato a 25 anni, sacerdote a 38, Girolamo sembrava impastato di opposti: temperamento di fuoco intriso di lacrime, era suscettibile ma leale, austero e appassionato, sferzante e tenero, precipitoso e retto; viveva di digiuno, di lavoro, di preghiera, di veglie. Queste doti, l’enorme erudizione, le cinque lingue che padroneggiava, l’amore a Cristo e alla Chiesa, ne fecero uno scrittore di prim’ordine, il migliore dei Padri latini. Lottò tutta la vita a dominare se stesso; la sua virtù maschia e la sua pietà furono contagiose: trasse molte grandi anime a seguire Cristo da vicino.
Il primo periodo della sua vita fu una lunga serie di viaggi in Occidente e in Oriente, di esperienze di vita monastica, di penitenze, di studi, e si chiuse a Roma dove divenne segretario di papa Damaso, che lo incaricò di preparare una completa Bibbia in latino, rivedendo traduzioni anteriori, o facendone delle nuove. Il secondo periodo, dopo la morte del papa (385) e una più breve serie di viaggi in Oriente, lo vide a Betlemme, tutto dedito alla sacra Scrittura: a tradurre, a commentare.
Usava il tempo libero per dirigere un gruppo femminile che aveva iniziato all’ascesi a Roma e che l’aveva seguito in Terrasanta. Visse a Betlemme con lo spirito del Calvario, congiungendo tenerezza per Gesù bambino e per Maria con lo spasimo per il crocifisso. La vastissima produzione letteraria e la competenza biblica, lo pongono fra i maggiori dottori della Chiesa latina, patrono dei biblisti.

«E’ necessario che tutta la predicazione ecclesiastica come la stessa religione cristiana sia nutrita e regolata dalla Sacra Scrittura» (DV 21). Questo voto del Concilio sta diventando consolante realtà. Il nuovo abbondante Lezionario della Messa e della Liturgia delle ore è destinato a recare frutti abbondanti alla Chiesa. San Girolamo ci persuada che «ignorare le Scritture è ignorare Cristo» (cf DV 25).

 


L'ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo

Dal «Prologo al commento del Profeta Isaia» di san Girolamo, sacerdote
(Nn. 1. 2; CCL 73, 1-3)

 

Adempio al mio dovere, ubbidendo al comando di Cristo: «Scrutate le Scritture» (Gv 5, 39), e: «Cercate e troverete» (Mt 7, 7), per non sentirmi dire come ai Giudei: «Voi vi ingannate, non conoscendo né le Scritture, né la potenza di Dio» (Mt 22, 29). Se, infatti, al dire dell'apostolo Paolo, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio, colui che non conosce le Scritture, non conosce la potenza di Dio, né la sua sapienza. Ignorare le Scritture significa ignorare Cristo.
Perciò voglio imitare il padre di famiglia, che dal suo tesoro sa trarre cose nuove e vecchie, e così anche la Sposa, che nel Cantico dei Cantici dice: O mio diletto, ho serbato per te il nuovo e il vecchio (cfr. Ct 7, 14 volg.). Intendo perciò esporre il profeta Isaia in modo da presentarlo non solo come profeta, ma anche come evangelista e apostolo. Egli infatti ha detto anche di sé quello che dice degli altri evangelisti: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi, che annunzia la pace» (Is 52, 7). E Dio rivolge a lui, come a un apostolo, la domanda: Chi manderò, e chi andrà da questo popolo? Ed egli risponde: Eccomi, manda me (cfr. Is 6, 8).
Ma nessuno creda che io voglia esaurire in poche parole l'argomento di questo libro della Scrittura che contiene tutti i misteri del Signore. Effettivamente nel libro di Isaia troviamo che il Signore viene predetto come l'Emmanuele nato dalla Vergine, come autore di miracoli e di segni grandiosi, come morto e sepolto, risorto dagli inferi e salvatore di tutte le genti. Che dirò della sua dottrina sulla fisica, sull'etica e sulla logica? Tutto ciò che riguarda le Sacre Scritture, tutto ciò che la lingua può esprimere e l'intelligenza dei mortali può comprendere, si trova racchiuso in questo volume. Della profondità di tali ministeri dà testimonianza lo stesso autore quando scrive: «Per voi ogni visione sarà come le parole di un libro sigillato: si dà a uno che sappia leggere, dicendogli: Leggio. Ma quegli risponde: Non posso, perché è sigillato. Oppure si dà il libro a chi non sa leggere, dicendogli: Leggio, ma quegli risponde: Non so leggere» (Is 29, 11-12).
(Si tratta dunque di misteri che, come tali, restano chiusi e incomprensibili ai profani, ma aperti e chiari ai profeti. Se perciò dai il libro di Isaia ai pagani, ignari dei libri ispirati, ti diranno: Non so leggerlo, perché non ho imparato a leggere i testi delle Scritture. I profeti però sapevano quello che dicevano e lo comprendevano). Leggiamo infatti in san Paolo: «Le ispirazioni dei profeti devono essere sottomesse ai profeti» (1 Cor 14, 32), perché sia in loro facoltà di tacere o di parlare secondo l'occorrenza.
I profeti, dunque, comprendevano quello che dicevano, per questo tutte le loro parole sono piene di sapienza e di ragionevolezza. Alle loro orecchie non arrivavano soltanto le vibrazioni della voce, ma la stessa parola di Dio che parlava nel loro animo. Lo afferma qualcuno di loro con espressioni come queste: L'angelo parlava in me (cfr. Zc 1, 9), e: (lo Spirito) «grida nei nostri cuori: Abbà, Padre» (Gal 4, 6), e ancora: «Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore» (Sal 84, 9).

lunedì 17 settembre 2012

STIMMATE DI FRANCESCO



17 SETTEMBRE
IMPRESSIONE DELLE STIMMATE DI
SAN FRANCESCO

Festa



Il Serafico Padre s. Francesco nutrì, fin dalla sua conversione, una fervidissima devozione a Cristo Crocifisso, devozione che diffuse sempre con le parole e la vita.
Nel settembre del 1224, mentre sul monte della Verna era immerso nella meditazione, il Signore Gesù, con un prodigio singolare, gli impresse nel corpo le Stimmate della sua Passione. Benedetto XI concesse all'Ordine Francescano di celebrare annualmente il ricordo.

 
Francesco, mediante le sacre Stimmate,
prese l’immagine del Crocifisso

Dalla «Legenda minor» di san Bonaventura  (Quaracchi, 1941, 202-204).


Francesco, servo fedele e ministro di Cristo, due anni prima di rendere a Dio il suo spirito, si ritirò in un luogo alto e solitario, chiamato monte della Verna, per farvi una quaresima in onore di san Michele Arcangelo. Fin dal principio, sentì con molta più abbondanza del solito la dolcezza della contemplazione delle cose divine e, infiammato maggiormente di desideri celesti, si sentì favorito sempre più di ispirazioni dall’alto.
Un mattino, verso la festa dell’Esaltazione della santa Croce; raccolto in preghiera sulla sommità del monte, mentre era trasportato in Dio da ardori serafici, vide la figura di un Serafino discendente dal cielo. Aveva sei ali risplendenti e fiammanti. Con volo velocissimo giunse e si fermò, sollevato da terra, vicino all’uomo di Dio. Apparve allora non solo alato ma anche crocifisso.
A questa vista Francesco fu ripieno di stupore e nel suo animo c’erano, al tempo stesso, dolore e gaudio. Provava una letizia sovrabbondante vedendo Cristo in aspetto benigno, apparirgli in modo tanto ammirabile quanto affettuoso ma al mirarlo così confitto alla croce, la sua anima era ferita da una spada di compaziente dolore.
Dopo un arcano e intimo colloquio, quando la visione disparve, lasciò nella sua anima un ardore serafico e, nello stesso tempo, lasciò nella sua carne i segni esterni della passione, come se fossero stati impressi dei sigilli sul corpo, reso tenero dalla forza fondente del fuoco.
Subito incominciarono ad apparire nelle sue mani e nei suoi piedi i segni dei chiodi; nell’incàvo delle mani e nella parte superiore dei piedi apparivano le capocchie, e dall’altra parte le punte. Il lato destro del corpo, come se fosse stato trafitto da un colpo di lancia, era solcato da una cicatrice rossa, che spesso emetteva sangue.
Dopo che l’uomo nuovo Francesco apparve insignito, mediante insolito e stupendo miracolo, delle sacre stimmate, discese dal monte. Privilegio mai concesso nei secoli passati, egli portava con sé l’immagine del Crocifisso, non scolpita da artista umano in tavole di pietra o di legno, ma tracciata nella sua carne dal dito del Dio vivente.

giovedì 13 settembre 2012

USTICA 2012

Carissimi,
eccovi altre foto dall'esperienza di archeologia subacquea ad Ustica.


Questi sono tutti i partecipanti ai corsi


Questa è l'area subacquea della mia prima immersione in acque libere a -18 mt.


Qui, assieme alla mia istruttrice Loredana, stiamo riemergendo


Ed eccoci dopo l'immersione! Missione compiuta!

sabato 1 settembre 2012

Brevetto OPEN WATER DIVER

Cari amici, un saluto a tutti i lettori e ben trovati!

Dopo un po' ritorno a scrivere in quanto le attività estive sono state frenetiche.
L'ultima bella novità che vi annuncio è il conseguimento del brevetto di immersione subacquea di primo livello "Open Water Diver" durante la sessione di studio ad Ustica con l'Università di Palermo e la rivista "Archeologia Viva".

Tra lo studio fatto ecco alcuni punti: Archeologia sott'acqua: breve storia di immersioni, ricerche e studi. Anfore e commercio delle derrate alimentari - Nave antica e sue attrezzature: le ancore in particolare - Marinai, passeggeri e mercanti: vita quotidiana e culti a bordo della nave antica - Anfore e relitti lungo le coste della Sicilia occidentale: in particolare Ustica - Tra terra e mare: pesca e antichi stabilimenti per lavorazione del pesce - Ai limiti del mondo conosciuto: navi, esplorazioni e viaggi oltre i confini dell'impero.

Le lezioni sono state tenute dal prof. Gianfranco Purpura dell'Università di Palermo e grande conoscitore di archeologia subacquea in Sicilia e in tutto il resto del Mediterraneo. Un docente veramente speciale!

Per una più approndita conoscenza della proposta che ho vissuto vi rimando a questi due video:


Qui la presentazione del Diving (società per l'immersione)



mercoledì 1 agosto 2012

Fatti gravissimi in Siria


Vi propongo un'articolo di Giuseppe Caffulli, direttore della Rivista "Terra Santa". Con coraggio e chiarezza riporta alla ribalta un problema spinoso: la salvaguardia dei siti archeologichi in un contesto di guerra e devastazione.

«Primavera» di devastazioni
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 Il fatto è di poche settimane fa. E contribuisce a dare la dimensione del dramma che tocca e sfigura luoghi e persone nella Siria sconvolta dalla cosiddetta Primavera araba. Il Krak dei Cavalieri, uno dei monumenti più insigni del Paese, gioiello dell’architettura crociata, patrimonio dell’Unesco, è divenuto roccaforte degli insorti anti-Assad. E per questa ragione il castello medioevale è ora obiettivo da riconquistare (anche a suon di cannonate) da parte dell’esercito siriano. Il che espone il sito, che sorge non lontano dalla martoriata Homs, al rischio concreto di lesioni gravissime, capaci di compromettere per sempre uno dei luoghi-simbolo della Siria. Che la guerra metta a repentaglio anche il patrimonio artistico e archeologico delle nazioni coinvolte, non è una novità. Lo abbiamo tragicamente constatato nel 2003 con il saccheggio del Museo e dell’Archivio nazionale di Bagdad, che provocò la dispersione di tesori di cultura accumulati per secoli. E in seguito con la distruzione dei Buddha di Bamiyan a opera i talebani in Afganistan. Per non parlare della guerra dei Balcani, che negli anni Novanta ha distrutto o seriamente danneggiato, secondo fonti Unesco, 175 monumenti, 23 monasteri medievali e numerose chiese ortodosse e moschee antiche, oltre a interi centri storici di importanti città.

Il tema della distruzione del patrimonio artistico e archeologico si ripropone in tutta la sua portata e gravità nel Medio Oriente attraversato dalla Primavera araba. «In questa piccola porzione del globo – spiega padre Eugenio Alliata, archeologo presso lo Studio Biblico Francescano di Gerusalemme – sono nate, hanno compiuto i primi passi e si sono sviluppate quasi tutte le religioni, scienze, tecniche e culture. Prima l’Iraq, poi l’Egitto e ora la Siria, sono entrati uno dopo l’altro in momenti difficili. Israele, Libano e Palestina ci stavano già da tempo. Guerre e rivoluzioni usano trascinarsi dietro una catena di tragedie umane di fronte alle quali tutto il resto appare necessariamente ridimensionato. Ma noi archeologi non possiamo non restare con il fiato sospeso di fronte ai rischi che il patrimonio culturale dell’umanità corre in queste aree». L’Egitto, per esempio. Da quando è scoppiata la rivolta di Piazza Tahrir, le autorità locali hanno avuto il loro bel daffare a contenere i rischi per l’immenso patrimonio artistico e archeologico. Dal Cairo a Luxor, da Aswan al Sinai, decine di musei e di siti archeologici sono stati saccheggiati. Centinaia di reperti millenari sono stati trafugati. E non si sa cosa ancora potrà accadere se il Paese non tornerà in fretta alla normalità. Sono state violate anche le piramidi: i danni maggiori a Saqqara, dove si trovano la piramide a gradoni del faraone Djoser e numerose mastabe (tombe tronco-piramidali) ornate da meravigliosi bassorilievi.

In questo quadro di forte instabilità, c’è da chiedersi che fine potrebbero fare siti come Palmira o Dura Europos, in Siria. O ancora gioielli d’epoca romana e bizantina come Apamea e Bosra, sopravvissuti al dominio islamico, ma forse mai come ora in pericolo. Per non parlare delle cosiddette "città morte", a nord di Aleppo, testimoni di una lunga e fiorente presenza cristiana nel Paese. «Allo stato attuale nessuno può dirlo – riprende padre Alliata –. Le battaglie a colpi di cannoni e granate distruttrici di vite umane a Homs e a Hama, in Siria, in che stato lasceranno i mosaici romani e bizantini riportati alla luce negli anni precedenti in queste come in altre città della valle dell’Oronte? Il celebre archeologo francescano padre Michele Piccirillo, scomparso nel 2008, nei suoi ultimi anni aveva fatto molto per la conservazione e divulgazione di tali artefatti e così anche, lungo tutta una vita, il nostro padre Pasquale Castellana deceduto in Aleppo a 90 anni di età il 28 aprile scorso. Antichità e reliquie del passato appartengono ad una categoria di elementi fragili, conservati spesso per caso, che facilmente e per caso rischiano di scomparire di nuovo nel nulla».

Se la situazione della Siria provoca ansia, qualche segnale di speranza viene da un altro contesto segnato dal conflitto, quello israelo-palestinese. La tutela e la conservazione del patrimonio artistico e archeologico, specie nei Territori occupati, non è per nulla scontata. E si inserisce in una disputa tutta politica che strumentalizza i beni culturali per avvalorare la propria presenza e i propri diritti di primogenitura sulla Terra Santa. Nonostante tutto, però, qualche passo avanti è stato fatto, a dispetto dello stallo del cosiddetto "processo di pace". «A Sebastiya, l’antica Samaria – prosegue l’archeologo – è a buon punto il recupero architettonico e ambientale del santuario della Tomba di Giovanni Battista, grazie alla cooperazione di istituzioni e organismi internazionali. A Nablus il Patriarcato greco ortodosso ha portato a termine e rimesso a nuovo la chiesa del pozzo di Giacobbe, detto anche "della Samaritana". Nella stessa città si prepara, da parte di una missione congiunta olandese e palestinese, la ripresa degli scavi di Tell Balata, corrispondente alla biblica Sichem».

E ancora: «Sulla strada tra Gerico e Gerusalemme è stato aperto un nuovo Museo, presso l’Albergo del Buon Samaritano, dove sono esposti preziosi mosaici e altri elementi di chiese e sinagoghe (tanto ebraiche quanto samaritane) ritrovate dagli archeologi israeliani lungo gli anni passati in diverse parti della Giudea e Samaria e di Gaza. Nella città di Gerico è ricominciata intanto l’attività dell’Università romana della Sapienza, dopo un’interruzione durata una decina di anni in seguito alla seconda intifada, e il Tell es-Sultan è di nuovo visitabile dai turisti, guidati da una ordinata presentazione dei resti archeologici».

La situazione di grave instabilità del Medio Oriente, oltre a minacciare i principali siti archeologici, getta un’ombra sinistra anche sul futuro delle missioni archeologiche nell’area. Un allarme in merito è arrivato qualche giorno fa da Chianciano, dove si è svolto (dal 13 al 15 luglio) nel contesto del Festival nazionale dell’archeologia il convegno su "Mediterraneo, archeologia tra crisi e conflitti". L’Egitto, la Libia, la Siria – hanno spiegato gli organizzatori – si trovano in una situazione che non ha precedenti nella storia recente. L’impegno delle università, delle istituzioni e dei governi nel finanziare le missioni archeologiche va ben al di là degli interessi nazionali. L’impossibilità di portare a termine, a causa delle rivolte arabe, progetti avviati da tempo o di chiudere scavi importanti in un’area che non a caso è definita la "culla delle civiltà", consegnerà alle generazioni future una minor conoscenza della nostra storia e delle nostre radici, con una conseguente minor capacità di leggere e immaginare il futuro.

Giuseppe Caffulli